Il romanzo, intitolato “Il pane perduto” e candidato al Premio Strega 2021, è un toccante e avvincente racconto autobiografico, che ripercorre l’altalena di eventi vissuti dalla scrittrice nel corso della sua vita.

“Racconta, non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi”: così scrive Edith Bruck nel suo romanzo “Il pane perduto”, presentato nella puntata di “Che tempo che fa” il 25 Aprile scorso e pubblicato presso la casa editrice “La nave di Teseo”. Classe 1931, Edith Bruck nasce a Tiszabercel, un piccolo comune dell’Ungheria, ultima di sei figli da una famiglia ebrea. Nel 1944 venne deportata prima nel ghetto ebraico del capoluogo e poi ad Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen, dove sarà liberata a seguito di un lungo anno di orrori assieme all’inseparabile sorella maggiore Judit il 15 Aprile 1945. Da questo evento avrà inizio per Bruck una nuova, lunga odissea, volta alla ricerca del suo posto nel mondo, alla scoperta della propria forza ed individualità; tutto ciò in un contesto tuttavia in cui si sente completamente incompresa ed estranea anche nei confronti dei suoi stessi fratelli e familiari, sia in ambito di esperienze sia di ideali. L’autrice poi prosegue con il raccontare il suo tentativo di insediarsi prima in Cecoslovacchia, poi in Israele, dei suoi due matrimoni entrambi finiti con un divorzio. Torna in seguito in Europa come membro di un corpo di ballo composto da esuli, arrivando poi a Roma e a Napoli dove lavorò come modella, sarta, cuoca e direttrice di un centro estetico e incontrò il suo compagno di vita, oltre che grande collaboratore artistico, Nelo Risi. Nell’ultima parte del romanzo toccante è la lettera a Dio, in cui l’autrice riflette sui suoi dubbi e misteri religiosi, sul perdono verso i suoi aguzzini e  sul senso del suo complicato vissuto. A più sessant’anni dal suo primo romanzo, intitolato “Chi ti ama così”, un ormai novantenne Bruck ritorna fiera e senza veli a parlare delle sue tragiche e struggenti memorie, in un delicato e profondo percorso autobiografico che parte dall’infanzia, vissuta prima come una povera bambina ebrea e poi come numero 11152 nei lager,  fino al giorno d’oggi. Nello specifico, narra di come lei e la sua famiglia vissero i crescenti e pesanti antisemitismo, discriminazione e  xenofobia che si respiravano in tutta Europa durante gli anni della seconda guerra mondiale e che arrivarono anche nel suo piccolo e dimenticato villaggio ungherese. Nonostante ciò, l’autrice, nel suo lungo viaggio di scoperta individuale e altrui, ha compreso l’importanza del suo essere ancora viva e dell’arrivare all’ultimo bagliore di luce anche quando sembra che attorno a noi ci sia solo buio, scegliendo perciò di non dimenticare mai quanto accaduto nella sua vita. Così facendo, decise inoltre di tramandare il suo immenso bagaglio personale e culturale  alle future generazioni in modo tale da renderle consapevoli che nel mondo ci sono ancora guerre, feroci discriminazioni e acuta xenofobia. Tutto ciò attraverso la sua più grande passione, terapia e ragione di vita da sempre: la scrittura. 

 

Federica Rossi 2B