Il filosofo celebra la musica, linguaggio universale, definendola una fuga provvisoria dal dolore

“Dove le parole non arrivano… la musica parla.” (Beethoven)

Una frase davvero d’impatto che ci fa riflettere su come le persone utilizzino la musica per dire quello che spesso non riescono a comunicare a parole o a fatti concreti. Nonostante ciò sia stato scritto anni fa conserva tutt’ora la sua validità in quanto possiamo capirne il contenuto, sempre. La musica è infatti un’arte che non ha barriere temporali. 

Il filosofo Arthur Schopenhauer la definirà come una vera e propria “metafisica in suoni”, in grado di farci attingere l’essenza più profonda delle cose, al di là dei limiti della ragione. Si tratta di un linguaggio universale, che potrebbe sussistere anche se il mondo stesso soccombesse. 

Dopo Pitagora, Schopenhauer è il filosofo che ha concesso maggior importanza alla musica, talmente speciale da essere trattata non come un’arte privilegiata e superiore bensì come una manifestazione distinta rispetto alle altre forme estetiche: l’arte che domina la gerarchia. 

Egli amò la musica con passione, apprese a suonare il flauto da piccolo e crebbe studiando le opere di Mozart e Rossini, due dei suoi compositori preferiti. Le sue conoscenze, unite alla sua squisita sensibilità, gli permettevano di approcciarsi all’esperienza musicale non solo come fenomeno, ma come massima e più chiara rivelazione della volontà di vivere. Quest’ultima è un impulso cieco e universale che non sa cosa desiderare, ma semplicemente desidera. Non ha coscienza né conoscenza, è puro impeto e noi esseri umani ne siamo manifestazione fenomenica. Mediante la musica l’individuo, argomenta Schopenhauer, può sottrarsi alla sua feroce tirannia. 

Inoltre la musica non si limita a riprodurre quelle che egli chiamerà platonicamente “Idee” (modelli eterni delle cose, ad esempio il concetto di amore o di sofferenza) , ma contiene essa stessa tutte le Idee. Per questo motivo l’uomo, dinanzi ad essa, si solleva dalla catena infinita dei bisogni e dei desideri quotidiani. 

Possiamo definire la musica come cuore, nucleo più intimo di tutte le forme, che in questo modo presenta una funzione liberatrice che ci permette, più che di vivere, di contemplare la vita, elevandoci al di sopra della volontà di vivere e del tempo. 

Ma tale serenità, per il filosofo, è inevitabilmente un breve incantesimo, un gioco effimero dalla durata temporanea e parziale. La musica, così come tutta l’arte costituisce un conforto alla vita, ma non la soluzione, che implica la definitiva soppressione della volontà di vivere. E’, infatti, una fuga provvisoria: un’oasi nel deserto.

Valeria Presenza, 5A LS