I desideri degli uomini possono essere appagati durevolmente?

Il desiderio è qualcosa che nasce in noi fin da bambini. Basti pensare a quella sorta di ammirazione che si prova nei confronti dei più grandi e la conseguente inarrestabile frenesia di crescere per poter fare ciò che da piccoli non è ancora possibile.

Eppure, il poeta Giacomo Leopardi, nello “Zibaldone”, ci illustra come siano proprio i bambini i depositari della felicità, una felicità che scaturisce dalle prime esperienze e sensazioni della vita, dalla capacità immaginativa.

Non a caso, una volta diventati adulti, avvertiamo una nostalgia nei confronti della nostra infanzia, e spesso desideriamo vivere nuovamente quei momenti che, seppur dati da piccole cose, ci rendevano felici.

Da questo esempio possiamo comprendere quanto, effettivamente, l’uomo si trovi in una condizione di desiderio continuo che lo porta a convivere anche con un senso di angoscia perché sa che non tutto ciò a cui aspira può essere realizzato. A tal proposito, il filosofo Blaise Pascal definisce l’uomo un “desiderio frustrato”, egli aspira alla felicità, ma è incapace di sentirsi appagato, permanendo in uno stadio di infelicità. Infatti, filosofi come Ludwig Feuerbach, nei propri scritti hanno sottolineato come la natura umana sia incline a desiderare e come, in realtà, si vada a creare una forte ed eterna conflittualità tra il volere e il poter realizzare.

In questo contesto è fondamentale inserire il pensiero del teorico del pessimismo cosmico, Arthur Schopenhauer, secondo il quale la vita dell’uomo è essenzialmente dominata da una forza cieca e insaziabile: la volontà di vivere. Essa è un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge ad esistere e ad agire, e rappresenta non solo l’essenza dell’uomo, ma dell’intero universo.

Il fatto che tutto sia pervaso da questa volontà infinita comporta che la vita sia dolore e che l’uomo si trovi inevitabilmente in uno stato di privazione nei confronti di qualcosa che vorrebbe avere, andando così a percepire un costante sentimento di incompletezza.

Perché, allora, ci capita di vivere dei momenti di gioia quando riusciamo a soddisfare i nostri desideri?

Schopenhauer ci spiega come ogni piacere nasca da una cessazione momentanea del dolore e per raggiungerlo è necessario che si sia sperimentata una qualche tensione fisica o psichica preesistente.

Si tratta, tuttavia, di un appagamento solo illusorio, poiché, nel momento in cui riusciamo a soddisfare un desiderio, subentrerà un nuovo bisogno o si cadrà preda della noia; di conseguenza secondo il filosofo la gioia non è altro che un momento transitorio.

Lo stesso Leopardi nello “Zibaldone” afferma:

“[…] Nessun piacere è immenso, […] né per durata né per estensione. […] Quando giungi a possedere ciò che desideravi senti un vuoto nell’anima, perché quel desiderio che tu avevi effettivamente non resta pago. […] E perciò tutti i piaceri debbono essere misti di dispiacere, come proviamo, perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato”.

Dietro il nostro “desiderare la felicità” permane, dunque, un’inclinazione verso quella che è, effettivamente, l’infelicità. Tendiamo sempre a modificare la nostra vita, ma quante volte mostriamo riconoscenza nei confronti di ciò che abbiamo?

 

 

Annabella Cerbone – 5A LS