Il carcere e il fenomeno del suicidio

Accade di rado di soffermarsi a pensare come possa essere migliorato l’insieme di normative che regola il sistema carcerario italiano e poco frequentemente si riflette su quello che potrebbe essere lo stile di vita di un detenuto.

Come non biasimarci? Semplice, non si tratta certo di tematiche da copertina, che fanno tendenza, piuttosto trasmettono una certa inquietudine. Eppure, ritengo sia importante indagare nuove circostanze, seppur complesse e distanti dalla nostra quotidianità, affinché si possano apprendere a pieno le varie sfaccettature della società. Ad oggi anche i complessi penitenziari rappresentano uno di quei nei che presenta la nostra comunità.

 

Il carcere dovrebbe simboleggiare un ponte di comunicazione fra il detenuto ed il mondo esterno, ma in realtà possiamo immaginarlo come una vera e propria isola nella quale i detenuti hanno a disposizione la sola forza delle braccia per attraversare gli oceani e raggiungere il resto della popolazione. Sicuramente non tutti i naufraghi riescono nell’impresa e, nel peggiore dei casi, i più deboli decidono volontariamente di abbandonare il percorso: ciò si traduce nel preoccupante fenomeno del suicidio nelle carceri.

Una zattera con la quale aiutarsi è identificata nella figura professionale dello psicologo penitenziario, che viene riconosciuto a seguito dell’Ordinamento Penitenziario del 1975 (legge n° 354).

Personalmente ritengo che la presenza di esperti possa concretamente tornare utile nel mantenimento della sanità mentale dei rei specialmente nel primo periodo di reclusione che risulta oggettivamente il più destabilizzante.

Però è fondamentale comprendere che non si entra in contatto con pazienti comuni, infatti interagire con un detenuto può risultare un incarico abbastanza ostico poiché non sempre questo è ben disposto al dialogo e al lasciarsi esaminare.

Suggerisco di potenziare l’efficacia di tali psicologi tramite campagne volte a promuovere la nascita di nuove professioni specializzate. Una fra queste, ad esempio, è quella del criminologo, ossia colui che studia la criminalità e la devianza, gli autori e le vittime dei reati, nonché la reazione a questi fenomeni, in maniera interdisciplinare.

Oggigiorno in Italia non esiste l’albo professionale del criminologo, a differenza di altri impieghi come lo psicologo, l’avvocato, il medico, poiché la sua competenza è affiancata alle professioni sopracitate e non esiste neanche un percorso di studi dedicato interamente alla laurea in criminologia.

Al contrario negli Stati Uniti troviamo numerosissime scuole prestigiose inerenti quest’ambito e a tal proposito un dato che di certo non passa inosservato è il tasso di suicidio nelle carceri statunitensi: circa dieci volte inferiore rispetto a quello verificatosi mediamente in Italia!

Perché non modernizzarci seguendo il modello americano? Fornire un forte supporto psicologico può davvero essere risolutivo.

 

C’è da dire, inoltre, che il suicidio nelle carceri è scaturito da molte variabili, persino la tipologia di criminali è una di queste e si va a sommare agli aspetti già discussi. Se si pongono a confronto le statistiche della seconda metà degli anni Sessanta con quelle del nuovo millennio, emerge un bilancio davvero allarmante: in termini percentuali, la frequenza dei suicidi è aumentata del 300%. Com’è possibile ciò se nel corso degli anni è stato emanato un Ordine Penitenziario e un lungo elenco di decreti? La risposta deriva dal fatto che buona parte della popolazione detenuta odierna è costituita da persone provenienti dall’emarginazione sociale (immigrati, tossicodipendenti, malati mentali), spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie. Il carcere sembra essere diventato la soluzione a qualsiasi presentimento di insicurezza, non più ai soli pericoli reali, ovvero quelli commessi dai cosiddetti “criminali di professione”. Ciò va a discapito dei più deboli: i 1161 individui che negli ultimi vent’anni non ce l’hanno fatta e si sono uccisi.

 

Un esempio è sicuramente il caso di Valerio Guerrieri, un ragazzo di appena 22 anni, morto suicida nel bagno di una cella di Regina Coeli il 24 febbraio 2017. «Antigone», un’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, ripercorre in maniera esaustiva tutte le tappe della sua drammatica storia, dalla quale emerge un’agghiacciante verità.

In sintesi, viene spiegata la condizione psicologica del detenuto: «Valerio era affetto da disturbo della personalità […] e il rischio suicidario del giovane era piuttosto significativo e non trascurabile», ma nonostante le evidenze il tribunale aveva reputato gli arresti domiciliari inadatti e di conseguenza aveva ordinato l’incarcerazione.

Nella prigione romana, poche settimane dopo, il ragazzo assisterà ad un episodio di violenza riguardante quindici persone, una delle quali proverà ad impiccarsi. Per un malato mentale vivere queste scene non può che tradursi in riscontri negativi, confermati dal giovane stesso in una lettera intima indirizzata al fratello, nella quale si legge: «Ciao frate ti scrivo adesso 9.40 del mattino ti scrivo soltanto per dirti che mi dispiace x tutto io qui sto impazzendo non ce la faccio più ma vabbè me la so cercata […]. se io me ne vado x sempre penso che voi non sentirete la mia mancanza voglio andarmene per sempre quindi ora ti lascio con la penna ma non con il cuore ciao fratellone mio ci rincontreremo».

Fortunatamente la richiesta da parte della Procura di archiviare il caso è stata rifiutata e si farà luce su questo tragico episodio, un vero e proprio fallimento del sistema. Dal mio canto ritengo opportuno effettuare un incremento e un’ottimizzazione dei controlli sull’operato delle figure dalle quali dipende la vita stessa dei detenuti affinché si possano contrastare errori e ritardi nella gestione di ambienti così particolari.

In conclusione mi piacerebbe citare il filosofo e giurista Francesco Orestano (Pensieri, 1913) che afferma: «Il suicidio dimostra che ci sono nella vita mali più grandi della morte». Credo che la sfida più grande per l’istituzione penitenziaria italiana sia quella di non fornire quei mali aggiuntivi che potrebbero rivelarsi letali, bensì dovrebbe rimembrare la sua funzione rieducativa, coadiuvata dall’intervento degli psicologi, che consenta al detenuto di osservare il proprio futuro da una nuova prospettiva, affinché esso possa davvero reintegrarsi nella società.

 

Valeria Presenza V A Liceo Scientifico