L'essere umano e i suoi limiti

Qual è la tua più grande paura? In cosa credi? Come reagisci al sentimento di vuoto, di confusione? Piangi? Ti fermi? Rifletti? Reagisci?

Pensi di conoscerti? Credi non sia importante?

Lo scrittore e filosofo francese Michel Eyquem de Montaigne (1533-1592) basò la sua indagine filosofica sull’idea del ritorno dell’uomo a sé stesso; i suoi Saggi, gli Essais (che in francese significa “prove”, “cimenti”), sono volti a raggiungere la conoscenza della natura umana attraverso il confronto della propria esperienza con quella altrui.

Egli sosteneva l’importanza della riscoperta e della cura di sé per rispondere a quelle che per lui erano domande esistenziali, mettendo in luce la concezione della vita umana definendola un esperimento continuo e inesauribile; come Blaise Pascal (1623-1662), condannò qualsiasi tentativo dell’uomo di evadere dai propri limiti, fuggendo da sé stesso, concetto che da quest’ultimo verrà definito “divertissement” o stordimento di sé.

Siamo fragili, piccoli, ci nutriamo delle nostre paure e approfittiamo delle sventure per non riconoscere imperfezioni e debolezze o ancor meglio, le conosciamo e facciamo finta di ignorarle e ci chiudiamo nel surrogato del nostro io, una fattispecie di noi stessi, un io idealizzato.

Crediamo di riuscire ad accontentarci di non pensare, di non vivere attentamente ogni nostra emozione, ma di sorpassarla velocemente, come se la vita fosse una corsa ad ostacoli nella più completa incuranza del percorso ma, nel solo interesse della vittoria, ci rassegniamo a non sentire il nostro vuoto o lo riempiamo con effimere soluzioni.

E finiamo così per diventare pieni ma vuoti: pieni di noi e vuoti dell’altro, pieni dell’altro e vuoti di noi e mi chiedo se arriveremo mai ad un equilibrio delle nostre relazioni, del nostro vivere, del nostro esistere in noi e con l’altro.

Ma esiste un equilibrio? Ne facciamo continuamente a meno, lo allontaniamo o ne siamo allontanati, siamo come foglie in autunno che girano su sé stesse, deviate dal vento e tradite dalla loro fragilità, nati per stare insieme senza mai imparare neanche a vivere da soli.

In Pascal il fatale motivo che influenza l’uomo ad un’oscillazione continua e perennemente incerta è la sua posizione mediana nel cosmo, il suo essere compreso tra “l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo”. Così colui che poteva porsi al meglio come punto d’ incontro tra il tutto e il nulla, tra la conoscenza e l’ignoranza, tra il bene e la sua realizzazione diventa causa del suo stesso male, oggetto di disequilibrio a causa della sua stessa natura. E probabilmente dovremmo approfittare proprio di questa condizione intermedia che contraddistingue ogni essere umano, di quella possibilità mirandolesca di rigenerarci in cose superiori, consapevoli di essere figli dell’infinito, nati per vivere con esso senza illuderci di poterci saziare di finito.

Bisogna quindi, non immaginarsi una perfezione utopica del nostro io, causa di diffidenza e competizione con noi stessi ma essere protettori della nostra fragilità, fieri fautori della consapevolezza dei nostri limiti e, come un vasaio al tornio, farci artigiani della nostra anima, delle nostre esperienze, del nostro sentire.

 

Roberta Maria Di Bartolomeo- IV B LS